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2012
Le parole di pietra di Bertone PDF Stampa E-mail
di Massimo Franco   
tarcisio_bertone_2Le parole del Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, al settimanale Famiglia Cristiana, sono sorprendenti nella loro durezza. Ma vanno soprattutto comprese. Riflettono la condizione psicologica di un «primo ministro» vaticano segnato dagli scandali che hanno sfiorato lui e alcune persone che gli sono vicine. E, senza volerlo, lasciano affiorare la sua inquietudine per le notizie che potrebbero essere contenute nel memoriale trovato dalla magistratura a casa dell'ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi. Il tentativo di scaricare solo sui giornalisti vicende nate e marcite nei meandri della Curia richiama le tesi più viete su un complotto contro la Santa Sede.
Ma si tratta di una versione opinabile, vista l'origine delle rivelazioni: nonostante l'opacità e la strumentalità dell'operazione dei «corvi» vaticani. Forse, la chiave per capire la sua autodifesa estrema sta lì dove denuncia «il tentativo accanito e ripetuto di separare, di creare divisioni tra il Santo Padre e i suoi collaboratori, e tra gli stessi collaboratori». Si coglie l'eco attutita delle richieste di dimissioni contro Bertone, e delle voci su contrasti crescenti fra lui e monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Benedetto XVI: dissapori che in realtà l'offensiva degli ultimi mesi avrebbe fortemente ridotto e riassorbito in nome dell'esigenza di difendere il papa e la Chiesa. E il fatto che il segretario di Stato additi senza citarlo anche monsignor Georg conferma la volontà di serrare le fila, di arroccarsi contro i «nemici».
L'accusa ai giornali di «inventare favole e riproporre leggende», e di «cercare di destabilizzare» il Vaticano sembra funzionale a questo schema. Quando il segretario di Stato si definisce «al centro della mischia» e dice di vivere queste vicende «con dolore», c'è da credergli: è infatti considerato uno dei personaggi-chiave per capire il conflitto in atto da anni Oltretevere e fra Curia e Conferenza episcopale. Dall'avventura dell'ospedale San Raffaele ai progetti frustrati di un maxi polo sanitario, fino alle convulsioni dello Ior, Bertone è stato una stella fissa di ogni manovra e di ogni operazione finanziaria. E i suoi avversari interni non hanno perso occasione per imputargli una gestione ritenuta ora disinvolta, ora maldestra: oltre alla protezione offerta ad alcuni personaggi a dir poco screditati.
Anche i documenti riservati filtrati dall'Appartamento papale insieme a lettere imbarazzanti per lo spaccato umano che rivelano, sono stati visti come una controprova della sua inadeguatezza: forse perfino in maniera ingenerosa. Eppure, in questa fase è difficile trovare in Vaticano qualcuno disposto a giurare sul dimissionamento di Bertone da qui a fine anno, quando compirà 78 anni: l'età alla quale fu fatto dimettere il predecessore, Angelo Sodano. E il segretario di Stato attacca la violazione dell'articolo 15 della Costituzione che difende la segretezza della corrispondenza, per la pubblicazione delle lettere destinate al papa. Dietro si indovina anche una larvata irritazione nei confronti della magistratura: soprattutto per il sequestro del memoriale di Gotti Tedeschi. Anche se nell'intervista a Famiglia Cristiana Bertone assicura che il siluramento del presidente dello Ior non va letto come un atto «contro la trasparenza» finanziaria.
Lo spiega invece come conseguenza di un «deterioramento di rapporti tra i consiglieri»: spiegazione verosimile e insieme riduttiva. Che i rapporti al vertice della banca vaticana fossero peggiorati da tempo è una tesi diffusa, e probabilmente fondata. Ma questa versione, si aggiunge, va completata segnalando l'irritazione per una gestione accusata di compromettere la sovranità della Santa Sede sull'altare della trasparenza finanziaria. Insomma, troppi riflettori sulle operazioni e i conti dell'Istituto per le opere di religione. Le incognite di ritorno sull'inserimento dello Ior nella «white list», la «lista bianca» delle banche virtuose riconosciute come tali a livello mondiale, sono un'ipoteca imbarazzante dopo quanto è successo.
La mossa di Bertone sembra dettata da un disperato bisogno di uscire dall'angolo e trovare sponde e alleati, fermando chi da tempo invoca un suo passo indietro. Il segretario di Stato conta sui malumori contro i giornali, i magistrati italiani e i «traditori», di quanti sono convinti che si vogliano solo mettere in cattiva luce lui e monsignor Georg: i due principali collaboratori di Benedetto XVI. Non è infrequente ascoltare affermazioni secondo le quali la lealtà verso il papa «è mediata dalla lealtà verso il segretario di Stato». Ma questo non aumenta la chiarezza, anzi. L'esigenza di alzare un muro a protezione del papa si sovrappone al sospetto che una parte del mondo stretto intorno a Bertone faccia quadrato anche per difendere se stesso.

Corriere della Sera

 
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